Felicia

Nonostante tutto, quello a cui ancora non si era abituata, era il fatto di essere scelta come le patate al mercato rionale, essere soppesata con lo sguardo che scrutava qualche imperfezione per non cadere in roba di seconda scelta. Ormai non sentiva più i cazzi infilarsi dentro-fuori di lei veloci e rabbiosi, non sentiva più le loro mani ruvide come cartavetra e tozze come zampe di animale, i loro fiati corti, la loro, a volte, affettata gentilezza, il loro finto non trattarla da puttana, anche se erano i peggiori quelli, perché lo facevano più degli altri, chissà cosa pretendevano di comprare oltre un pezzo della sua carne... Erano almeno dieci come lei, tutte dell’est, nell’arco di poche rotonde. Quello, a distanza di due anni e di un aborto, che ancora non mandava giù era il loro, dei clienti, girare, rallentare, squadrare, confrontare prezzi, e magari scartare, passare avanti, oltre, alla ricerca di qualcosa di meglio. Le aveva viste le altre. Belle. Alcune fisici perfetti. Ma nessuna aveva i suoi occhi. E si era illusa. Si era illusa che qualcuno la scegliesse per la profondità verde-marino della sua iride; si fermasse da lei, apposta per lei; invece era solo la prima bancarella che capitava ai clienti per caso, un buco come un altro, solo perché passavano di lì per prima, o erano stanchi di girare. E non ci credeva più, ma era dura cancellare del tutto il sogno del principe azzurro che l’avrebbe tolta dalla strada, la speranza faceva fatica a morire del tutto. E pensare che da piccola voleva fare l’arpista…usare le mani in tutt’altro modo. Che poi da piccola voleva dire quando aveva diciottanni, cioè due anni e un mese fa. Quando ancora si faceva chiamare col suo nome, Felicia. Poi, visto che il destino aveva riservato per lei l’affitto del suo corpo come un motel ad ore, quel nome cominciò a striderle in testa; quando la chiamavano il nome le rimaneva appiccicato addosso come un vestito pulito su un corpo sozzo e sudato, una caricatura, una foto con baffi disegnati a pennarello sulle labbra, era un nome assolutamente fuori luogo. Allora decise di completare la sua spersonalizzazione e cominciò a farsi chiamare Alina, come la maggior parte delle puttane qui nel bresciano.
A differenza delle altre, che si lamentavano sempre e solo della paura, paura dei clienti violenti, paura dei loro protettori, la cosa che la atterriva di più era l’evanescenza della dignità, rimasta presente ma invisibile come una lampadina affogata nella luce del sole. Era diventata qualcosa senza valore, senza forza, senza senso. Fosse diventata la regina di tutte le puttane, fosse passata alla storia come la più grande seduttrice e scopatrice di uomini, quelli che tutti bramavano o semplicemente fosse stata la donna della vita di un uomo, si sarebbe sentita unica, nel bene e nel male. Invece era uguale alle altre, qui al mercato dell’amore a trenta euro.