Volevo fare l’avvocato penalista. Un giorno realizzai che l’indipendenza, così facendo, l’avrei raggiunta a quarantanni. Oppure sarei stata condannata al mantenimento economico perenne da parte di qualche mio compagno, stabile o vicendevole che fosse. Quel giorno ebbi la certezza che non potevo più aspettare, non potevo più continuare la convivenza con i miei. Avevo visto un monolocale lungo il naviglio di Corsico: un buco, letto, cucina, sala, salotto, tutto nello stesso locale, ma sarebbe stato mio e io mi ero già innamorata del sapore del futuro della mia vita solitaria. L’ avevo arredato mentalmente, ero stata all’Ikea a comprare le lampade, le mensole i fiori le candele.
Così, abbandonai il progetto della lunga ed estenuante carriera delle cause Nobili e mi avviai a divenire consulente per una grande compagnia di telefonia. L’ufficio, le occhiate lusinghiere dei colleghi alla macchinetta del caffè, lo scambio di mail, la responsabilità dei report, tutto questo mi dava una sorta di stabilità e sicurezza emotivi, senza considerare la somma bonificatami a fine mese: ogni volta che controllavo l’estratto conto on-line mi affiorava un involontario sorriso sulle labbra: quella cifra era lo specchio della mia fatica, il frutto succoso del mio sudore, la sublimazione della mia intelligenza, la galaverna della mia abilità. Con quei soldi realizzai finalmente l’inizio della mia nuova era.
Con Roby non andava male. Era diventato parte integrante della mia famiglia, non quella di provenienza ma quella che ci si costruisce per il futuro. Ero stupita. La mia vita scorreva lungo le caselle del calendario su binari perfettamente oliati. Nessun imprevisto, nessuna imperfezione veniva a stridere la navigazione della mia quotidianità.
Passò un anno. A breve sarebbe arrivato ancora natale. Mi ritrovai un venerdì sera da sola nel mio monolocale. Roby era via con amici. Pensai: fortunatamente. Non avrei sopportato la presenza di nessuno, a parte il tremolio della fiammella della candela. Roby si fermava spesso a dormire da me. E quella sera provai una sorta di liberazione, di respiro, di sollievo, volevo semplicemente affogare nella melassa agrodolce della mia solitudine. Pensai che forse quella era una spia, un campanello d’allarme per farmi riflettere su decisioni che avrei dovuto affrontare a breve. Un matrimonio probabilmente sarebbe stato un’inevitabile evoluzione del rapporto, un lento scivolare nella scelta più logica e normale, ma che forse avrebbe schiacciato un latente e ineludibile desiderio di solitudine selvaggia e di libertà.
Se al secondo bicchiere di bianco la testa cominciava a virare verso altezze sublimi e soffiava nel mio cuore il vento del coraggio, al quarto precipitava il mio umore verso abissi nerastri e cupo-depressivi. Che ci facevo, io, da sola, nel mio monolocale, mezza ubriaca, con la puzza di pesce che ristagnava nella stessa sala, che per areare toccava aprire le finestre che introiettavano dentro aculei di freddo che mi andavano a mordere l’unico centimetro di pelle scoperto sopra il culo? Che ci facevo?
Roby mi aveva chiesto di andare a vivere con lui. Certo. Almeno avrei avuto un letto vero, senza dover srotolare il mio divano tutte le notti e richiuderlo la mattina. In fondo, quasi tutti i momenti liberi li passavo con lui. Potevo stilare un elenco lunghissimo di motivi per il quale stimavo, ammiravo, mi piaceva Roby. Ma forse erano troppi. Troppa oggettività e mi domandavo se l’amore non dovesse semplicemente essere gratuito e irrazionale. Mi mancava l’inconsapevolezza dell’amore.
La filosofia del come interpretare la vita era un’unica amalgama sul come approvvigionare soldi per vivere in modo dignitoso, indipendente, e tornare a fare quello per cui avevo studiato e che sognavo da adolescente. I miei grandi ideali di giustizia e di un mondo migliore si erano schiantati al suolo della ragioneria dei conti a fine mese. Con il mio lavoro guadagnavo bene, ma quei soldi non giustificavano l’abbandono delle mie aspirazioni, l’assenza di pathos nella mia vita. Non erano abbastanza, sarebbe stato come svendere l’anima al diavolo per pochi euro. Avevo iniziato i miei studi pronta a partire per crociate nel mare aperto delle disuguaglianze e delle ingiustizie e mi ero arenata nella melma di scartoffie, codicini e leggiucole che servivano solo a far sopravvivere legalmente la mia Azienda. Gli sguardi dei colleghi ora mi gravavano addosso; scappavo alla macchinetta del caffè e tornavo alla mia scrivania dove internet era il solo strumento che riusciva ad aprire uno spiraglio di evasione e respiro più ampio. Parlottavo con il solito grappolo di colleghi più intimi. Per il resto le vetrate oscurate del palazzone mi nascondeva le stagioni fuori.