Mattia D'Alessandro

Le ruote faticavano a non perdere aderenza. Man mano che si allontanava da Milano, l'autostrada era sempre più innevata. La prima corsia era una processione di Tir, una scia rossa di fanali che illuminavano i cumuli di neve ai lati, alti più di un metro. Mattia procedeva a trenta chilometri all'ora, mantenendo una lunghissima distanza di sicurezza, ascoltando jazz e fumando una marlboro col finestrino mezzo aperto. Il processo, il processo, il processo. Un cadavere in un pozzo a San Vito. Le foto della vittima pubblicate su internet qualche giorno prima del ritrovamento del corpo. Questo è tutto. Speriamo che questa neve non abbiamo fatto troppi danni. Il magistrato De Lorenzo l'aveva chiamato direttamente sul cellulare. "Mi puzza di psicotico. Mi fido di lei. Buon lavoro". Aveva già lavorato per lei, al caso dello stupratore fantasma. E lei aveva avuto fiducia in lui, concordando il permesso per prelevare DNA da tutti i giovani della valle compresi tra i 14 e i 30 anni. Contro le rimostranze generali della popolazione locale, che si rifiutava di credere di avere un mostro in casa. E avevano visto giusto, nonostante il parere opposto dello psichiatra. Mattia sapeva cosa ci voleva. Fatti reali. Prove concrete. Dinamiche da ricreare, verificare, dimostrare al processo. Lui lavora per il processo, il processo lavorava per la giustizia, la giustiza lavorava per gli uomini. E per questo si sentiva utile.