Mattia D'Alessandro

Pasqua 2009
Nonostante il sole fosse già calato, l'ispettore continuava ad indossare i suoi Rayban a goccia.
Il riverbero bianco era ancora più tagliente della luce del sole. Il parabrezza era rigato di lacrime di neve disciolta e i suoni gli arrivavano ovattati; era come guidare in una nuvola di zucchero filato.
Gli era dispiaciuto molto lasciare i suoi. Suo padre era invecchiato. Passava le giornate a far passar passare le giornate. La solitudine si scomponeva nello schermo della televisione. Ma sembrava che questo far niente lo preservasse da una senilità incipiente. Godeva di una discreta salute, aveva più capelli di lui e ancora tutti i suoi denti. Mattia si allenava quattro volte la settimana, usava lozioni anticaduta, si lavava i denti dopo ogni pasto e nel tempo libero leggeva. Era sicuro che sarebbe bastato un mese di inattività per farlo scivolare in uno stato fisico e morale deplorevole. Invece suo padre aveva il buonsenso e la tempra dei contadini, solo che viveva in un condominio di città. Era passato il tempo in cui bisognava avere paura di lui come con un dio, temibile e immortale. La sua ruvidezza, ormai, poteva esercitarla saltuariamente solo su sua moglie. Ma si era diluita, era diventata come una sorta di perpetuo borbottio, un imposizione di regole o veti scaturiti dal broncio. Rinunciava alle feste ma partecipava ai funerali dei parenti. Non andava al ristorante ma accompagnava sempre sua moglie all'ospedale, alla terapia.
Elena, invece, era predisposta a divertirsi di più, uscire, viaggiare. Ma era sprovvista del senso pratico e ragioneristico della vita. Le mancava quella disciplina e quella furbizia che si acquisiscono con l'Istruzione. Aveva solo le elementari. Ma in un certo modo marito e moglie si complementavano; formavano un'unica persona equilibrata. E avevano imparato a condividere, nella stessa casa, la loro reciproca solitudine, come in un gioco di specchi.
Mattia era arrivato per Pasqua. Avrebbe voluto dire tante cose, ma le parole d'affetto venivano risucchiate nel buco nero dell'imbarazzo dei ruoli. Il suo sguardo non si soffermava mai più di due secondi dentro gli occhi di suo padre, che sentiva scottare come la sabbia d'agosto, e sorvolava attento a non inciampare nella bandana sulla testa di sua madre.
Ma forse, la sola cosa che contava, era essere fisicamente li, mangiare, parlare del suo lavoro, guardare la televisione insieme.